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Design “sordo”. Progettare (e vivere) ad occhi aperti.

Com’è uno spazio “sordo”, adatto alle persone sorde? Chi ci ha mai pensato?

Le persone sorde devono VEDERE, e VEDERSI.

Se due persone parlano, si guardano in faccia. C’è abbastanza spazio, nei nostri luoghi, per farlo? In ottica sorda, ogni spazio sarebbe più ampio e spazioso, per dare spazio alla visione del volto e dei movimenti dell’altro. E non solo ogni spazio, ma anche ogni percorso…Si segna anche mentre si cammina! (Forse è per questo che i sordi sono spesso in ritardo…? :) )

Se si parla in gruppo, tutti devono essere poter essere visti. Quindi una sala che ha le sedie disposte a U, per esempio, può essere considerato uno spazio “sordo”. Durante i corsi di Lingua dei Segni, naturalmente, si usa disporsi così, oppure formare un cerchio.

In generale, cambiano la prospettiva e le distanze. Per “abbracciare” meglio le persone e le cose, con la vista.

Così uno specchio permette di accorgersi di qualcosa che succede dietro di sè, anche senza sentirne il rumore. Una luce diffusa aiuta a rimanere consapevoli e attenti.

C’è da chiedersi se queste indicazioni non potrebbero essere davvero un valore aggiunto…

Come sarebbe il mondo se si aiutasse l’osservazione?

 

E se vuoi approfondire…

 

>>Progettare per tutti, “ascoltando con gli occhi”: il segreto di Consuelo, architetta sorda

 

Abitare il silenzio

Il tempo e lo spazio del silenzio insegnano due azioni. Contemplare: guardare non solo ciò che le persone comunicano, ma come tacciono ciò che offrono. Attendere: costruire il tempo del silenzio, la pausa come azione non solo dell’aspettare, ma del prendersi cura di quello che manca e di quello che non è ancora.

Nicoletta Polla Mattiot, giornalista e saggista – Accademia del Silenzio

Ringrazio Silva per avermi coinvolta, oltre a Nicoletta, mia omonima. Sono qui più che come giornalista come fondatrice, insieme a Duccio Demetrio, dell’Accademia del Silenzio. Mi occupo di silenzio dal 1988, da lunghissimo tempo. Per me il silenzio è stato oggetto di studio personale in ambito linguistico come strumento e tecnica di comunicazione. L’incontro con il professore Demetrio ha trasformato questo lavoro sul silenzio in un percorso di ricerca pedagogica sul silenzio, su come possa diventare uno strumento di ricerca individuale, di relazione, comunicazione e interazione sociale. Oggi è particolarmente interessante per me essere qui perché vorrei esplorare con voi quello che, in Accademia del silenzio, facciamo ormai da 5 anni: provare a vedere il silenzio come limite e contestualmente come opportunità. Il silenzio come soglia, come affaccio, come sguardo su un altrove, su un altrimenti.

Spazio e tempo del silenzio

Avevo scelto di parlarvi dello spazio e del tempo del silenzio, quindi più di spazio e di tempo che di silenzio. Vorrei iniziare citando una frase non mia ma che uso spesso durante i seminari dell’Accademia del silenzio, una specie di viatico che, oggi, mi sembra tanto più interessante, visto che questo è un convegno che ci pone nella capacità di guardare tra le parole, tra le persone, guardare in mezzo.

È una bellissima definizione del confine, di Ugo Morelli

Il confine è dove ognuno di noi comincia, il margine è dove inizia la mia possibilità, dove riconosco ciò che mi manca e ciò che io non sono ma ciò che io non sono, se ci pensiamo bene, è ciò che io posso diventare.

Ugo Morelli

Abitare il silenzio

Ho cercato una casa per questo silenzio e ne ho trovata una in oriente e una in occidente. Come possiamo vedere in questo breve video se modelliamo l’argilla per farne un vasellame, l’utilità del vasellame dipende da ciò che non c’è, l’utilità di una casa dipende da ciò che non c’è. Così, traendo partito da ciò che è, si usa ciò che non c’è. È il non c’è di un vaso, la parte vuota, che ne costruisce l’utilità e lo fa essere vaso. Non sono le pareti che costituiscono la casa ma il vuoto circondato dalle pareti che ne fa una casa. Quel vuoto è lo spazio che abitiamo, quello che c’è, la parete della casa, è solo ciò che la circonda, quel confine, quel limite che la circoscrive, lo delimita e lo rende spazio vuoto, determinato, non astratto, spazio dialettico dentro cui abitare.

Torniamo in occidente. Parlando di spazio mi è venuto in mente Esiodo, alle origini della nostra cultura occidentale. Pone l’origine del mondo nel caos, che etimologicamente significa cavus e sostanzialmente cavo. Il verbo corrispondente significa mi apro, mi spalanco, ancora una volta un richiamo al vuoto.

Il principio di tutte le cose, l’inizio del mondo, è il vuoto, il nulla, lo spazio vuoto da cui poi nasce terra e tutte le cose. C’è un bellissimo passo di Valentino, eretico del secondo secolo dopo Cristo, agli esordi della cultura occidentale che dice che, all’origine del mondo, la creazione, Dio è abisso. La definizione di Dio è abisso.

Ancora una volta non solo una immagine di vuoto ma anche di vergine di vuoto. Per Valentino Dio è abisso e silenzio. Valentino ci spiega che Abisso è il lato maschile del divino mentre silenzio è il lato femminile e prosegue: abisso e silenzio sono una sola cosa. Il principio divino, in quella notte dei tempi, abisso pose un seme in silenzio, silenzio diventò pregna e generò intelletto e verità da cui nacquero anche parola e vita.

Perché sono andata così indietro a prendere un mito teogonico?Perché mi colpisce l’affinità di questi miti cosmogonici, miti che raccontano come è nato il mondo, com’è la creazione del mondo. Da dove tutto comincia, da dove parte la materia. La materia parte dal nulla assoluto ed è il nulla che produce qualcosa.

Nulla

Nel 2012 Frank Close, ha scritto un libro bellissimo, che si intitola “Nulla”. Un libro dotto ed estremamente scientifico dove spiega un principio abbastanza evidente e cioè che il 99,99% della materia è, in realtà, fatto di vuoto. In questo libro spiega un principio acclarato. L’atomo è fatto di una parte infinitesimamente piccola di materia, tutto il resto è vuoto. Per renderlo visivamente, per far capire questo concetto difficile da intuire anche solo con il pensiero, venne fatta una esposizione al CERN, utilizzando la struttura che vedete nell’immagine. Un edificio sferico alto 20 metri. All’interno di questa enorme cupola venne appesa una pallina del diametro di un millimetro: questo è tutto il pieno che c’è nella materia.

Perché parto da qui?

Perché l’immagine, la sensazione, la percezione che abbiamo della materia, di un tavolo, un pezzo di carta, di una penna che teniamo in mano, è qualcosa di pieno. Questa immagine del grande vuoto in qualche modo contrasta con l’esperienza ma anche con l’abitudine che abbiamo, del troppo pieno. Spazi affollati, tempi affollati. Questa è la sensazione del contemporaneo. Abbiamo case cariche di cose, agende cariche di impegni. Una quantità di tecnologia e strumenti che ottimizzano il tempo e, contestualmente, ci rendono fitti di cose da fare e da ricordare, fitti di sollecitazioni.

Il mondo della comunicazione

Pensate al mondo della comunicazione oggi: ogni notizia ed evento è trasmesso in tempo reale e in tempo reale siamo in grado di conoscere quello che avviene in qualsiasi parte del mondo. La sensazione è quella di un grandissimo affollamento. Ma il nucleo della realtà, il nucleo, l’essenza è minuscolo, infinitesimale. Questo sembra un enorme cambio di prospettiva, anche in relazione al mondo della comunicazione. È come se, scientificamente, si suggerisse: se il nucleo dell’atomo è un millimetro rispetto alla vastità del vuoto, il valore forse non è la quantità, non è la dimensione e neanche la visibilità. La comunicazione non passa da tante parole accumulate, forse il valore del messaggio, della parola sarebbe più opportuno dire, è proprio laddove diventa scabra ed essenziale. Laddove quel nucleo è appeso in mezzo al nulla e dal nulla viene, in qualche modo sostenuto. Un infinitesimo seme di pieno in mezzo al totale vuoto!

Ecco perché mi sembrava valesse la pena di suggerire qui, oggi, più che la mancanza di silenzio, che rileviamo nell’Accademia del silenzio, più che altro è una mancanza di vuoto che non un assenza di rumore. Un problema di tempo, ritmo, spazio. Il tempo, come accennavo prima, è connesso al fare le cose molto più velocemente rispetto ad una volta.

Pensate a come è cambiata la percezione del trasporto, del passare da un luogo all’altro. Facciamo tutto molto più velocemente e abbiamo la sensazione che il tempo non basti mai. Non solo: sono spariti i tempi morti, fatti di vuoto. È sparita la noia, non accettiamo più di annoiarci. Uno psicoanalista che amo molto dice che, ogni tanto, dovremmo lasciare la mente vuota, perché nel vuoto c’è la creatività, la capacità di rinnovarsi, non nel pieno, non nelle continue sollecitazioni, nell’accumulo continuo di parole, lettura, cose da fare e da vedere. Ancora una volta, parlare di silenzio è parlare di ritmo.

Credo che, se c’è qualcosa che è cambiato, è l’accelerazione con cui viviamo. Uno sguardo diverso sul silenzio può essere concepirlo come una pausa all’interno del tempo. Come un cuneo che si interpone, come la possibilità di rallentare la morsa della concitazione, per avere maggiori pause.

Vi racconto un esperimento che è stato fatto. Non l’ho potuto portare perché la registrazione non era molto buona. Un gruppo di biologi ha condotto degli esperimenti per valutare il canto degli uccelli in città molto urbanizzate, metropoli come Torino o Milano. Da queste registrazioni risulta che il canto è molto meno pausato, a causa dell’inquinamento acustico. Ci si aspetterebbe che il tono del canto si alzi e diventi più acuto e più forte per farsi sentire, in realtà è semplicemente più accelerato, con meno pause tra un cinguettio e l’altro. Meno pause negli scambi, nei cinguettii tra animali della stessa specie.

Lo stesso tipo di esperimento è stato fatto all’università di Napoli sul linguaggio verbale.Sono stati esaminati 50 anni di lingua italiana, parlata e scritta. Lessicalmente la lingua italiana non è cambiata moltissimo. Quello in cui è cambiata è, ancora una volta, il ritmo. Le persona la usano molto più in fretta rispetto al passato, per il numero di pause che interpongono fra le parole. Se pensiamo a un test scritto, è come se, nel tempo, gli spazi bianchi tra una parola e l’altra si fossero ristretti. Quando impaginiamo un testo se non riusciamo a farlo entrare nello spazio definito che abbiamo diminuiamo lo spazio tra le parole e tra le lettere. Ma se si riduce troppo quello spazio le parole diventano illeggibili, un unico fiume di lettere senza senso compiuto.

La mancanza di spazio

Poi c’è la mancanza di spazio. Ci circondiamo di tante cose, anche se è una ricchezza e una opportunità mi piacerebbe mettere l’accento sul fatto che in realtà, tutto quello che facciamo (dove andiamo, cosa compriamo, cosa visitiamo) è ricostruibile e ripercorribile. È tutto tracciabile. Più che spaventarmi questo grande fratello, mi spaventa la memoria millimetrica dove nulla si perde, dove tutto si tiene simultaneamente, contemporaneamente, sulla superficie di una TV, di un cellulare, di un monitor. Si perde così una delle operazioni salvifiche che è quella della rimozione, la capacità di dimenticare qualcosa. Di mantenere qualcosa e di perdere qualcosa d’altro. Ci sono molti studi su persone che hanno una memoria eccezionale, in particolare il caso di Solomon Veniaminovich Shereshevsky che Alexsander Lurja studiò con attenzione per moltissimi anni. Questo mnemonista non riusciva a dimenticare. È una condanna terribile il non poter dimenticare, il non poter avere spazi che si rinnovano, spazi di vuoto anche all’interno della propria memoria. Poiché noi siamo quello che ricordiamo e anche quello che non ricordiamo, siamo quello che abbiamo vissuto ma senza la necessità di una contemporaneità e contestualità.

Perché insisto su questo punto? Perchè penso che questa memoria millimetrica, questa possibilità di essere continuamente aggiornati, presenti, tracciabili, ubiqui ci tolga la possibilità dell’affondo, ancora una volta quell’abisso, quello spazio vuoto, quella vertigine del vuoto che in realtà ha accesso al confine, alla soglia, a quella porta che il silenzio permette, alla quale dà accesso.

Il tempo dell’attesa

In questo modo metaforico con cui sto parlando, per arrivare alla fine dell’abitare spazio e temo, per poter guardare in modo diverso al silenzio, per proporvene uno sguardo che è quello che proviamo ad esplorare nell’Accademia del silenzio, ho pensato di proporre due azioni che il silenzio insegna: la prima azione è l’attesa, un’azione estremamente passata di moda nel tempo contemporaneo. Credo che il tempo svuotato, nel senso che abbiamo detto, sia un tempo guadagnato. L’attendente, facendo ancora una volta riferimento all’etimologia, non è solo colui che attende, che aspetta qualcosa ma è colui che attende perché si dedica a qualcuno, a qualcosa. questo è colui che attende.

Ricordate la favola del Piccolo Principe? Che cos’è che trasforma una rosa uguale a tutte le rose all’unica rosa da amare? È il tempo che il Piccolo Principe spende per dedicarsi a quella rosa. In questo senso l’attesa è in realtà una azione. Non ha nulla di passivo, è una azione che è capacità di creare legami. Non solo: attendere significa anche dare un avvenire. Si attende qualcosa che deve venire, qualcosa che ancora non c’è; anche questa è una dimensione di azione e non una dimensione passiva. E, se vogliamo, attendere è il verbo che in tutte le lingue più diffuse – italiano, francese, inglese, tedesco – è la parola che indica generare. Si aspetta un bambino in tutte queste lingue. In qualche modo il corpo si fa contenitore, fa spazio per ospitare il pieno generativo. Non è nient’altro che attesa, ancora una volta, attesa incarnata da cui si genera vita. Quindi tempo svuotato – Azione dell’attesa – questa è la prima proposta per abitare il silenzio.

Uno spazio svuotato

La seconda proposta è uno spazio svuotato in cui può avvenire una contemplazione. Anche qui vi chiederete perché uso la parola azione visto che, apparentemente, non c’è nulla di più passivo della contemplazione. Invece, ancora una volta, se si va all’origine della parola, dentro la parola contemplazione è contenuto templum. Il tempio greco è fatto di molti pieni, colonne, e molti vuoti. Paolo Valesio ha fatto un lavoro sullo spazio svuotato e sull’azione della contemplazione. Dice che contemplare è la capacità di costruire uno sguardo archietettonico attorno a quello che vediamo. Detta in modo semplice: posso guardare la persona che è davanti a me, posso guardare voi e in mezzo a voi e posso cogliere non solo quello che c’è ma anche quello che c’è in mezzo e quello che c’è in mezzo racconta molto di noi. Pensate per esempio alla distanza che mettono le persone quando parlano. Quindi le due azioni possono essere, semplicemente l’attesa (1) e la contemplazione(2) in una accezione del silenzio attiva e propositiva. Chiuderei con due brevissime suggestioni che si collegano a quello detto finora. La prima è una citazione di Susan Sontag, che parla del silenzio all’interno della struttura linguistica verbale ma che credo dica una cosa molto interessante e che si collega, come un filo, a quello detto finora.

Il silenzio ha la capacità di insidiare il linguaggio cattivo e il linguaggio cattivo, qualunque esso sia, è il linguaggio dissociato dal corpo. Un linguaggio disormeggiato dal corpo è un linguaggio dissociato dal sentire. Un linguaggio senza il corpo è totalmente privo di senso. Susan Sontag “L’estetica del silenzio” (citazione non letterale)

Ecco perché il silenzio può controbilanciare questa tendenza: perché fornisce al linguaggio e alla comunicazione, una sorta di zavorra, lo àncora al corpo.

L’altra suggestione viene da Pino Roveredo, un autore che amo molto. Nel libro “Mandami a dire” racconta che c’è un mondo in cui parlare con le mani diventa una necessità. Un mondo in cui l’assenza di voce impone la cortesia dello sguardo. Racconta con un certo rimpianto che, da bambino, usava la lingua dei segni perché i suoi genitori erano sordomuti. Alla loro morte ha disimparato questa lingua e scrive un racconto pieno di nostalgia in cui dice  “I discorsi con le dita, si ascoltano con gli occhi e hanno una intensità che va ben oltre le parole che si urlano senza il bisogno della presenza. Nel mondo del silenzio le cose più semplici non si possono mandare a dire. È obbligo mostrarle, così un abbraccio abbraccia, un bacio bacia, e una carezza accarezza.

Credo che questa descrizione sintetizzi quello che possiamo reciprocamente imparare dalla lingua dei segni e credo che dica, con grande emozione, una emozione legata alla sua vita e alla sua esperienza, quello che è il linguaggio dell’amore: un linguaggio che siamo obbligati ad ascoltare con gli occhi.

© Nicoletta Polla Mattiott 2015

La Lingua dei Segni: una lingua a tutti gli effetti

Che cos’è la Lingua dei Segni? Come funziona? Che differenza c’è tra la lingua parlata e la LIS? Un’introduzione al canale visivo-gestuale, tra storia, grammatica e poesia.

Massimo Bonamini, Consigliere – Ente Nazionale Sordi Genova

Sordi e società

Sono contento che si parli del mondo dei sordi che è un mondo più piccolo di quello degli udenti ma è cominciato molto tempo fa.

Ai tempi degli ebrei – cioè prima di Cristo – ci sono già testimonianze che parlano di sordi nel mondo degli udenti, che vivevano ai margini della società. Anche nell’antica grecia abbiamo testimonianze della presenza di sordi, ma si trattava sempre di persone emarginate. Troviamo la stessa situazione anche durante l’impero romano fino a che, attorno al 1800, sono nati i primi istituti per persone sorde che hanno iniziato a raccogliere ragazzi sordi e ad ospitarli per dare loro una istruzione.

In queste scuole si usava tantissimo la lingua dei segni e i ragazzi avevano accesso a molte informazioni e potevano comunicare tra di loro. Questo fino al 1880 quando la lingua dei segni (LIS) è stata abolita. Finita questa esperienza le persone uscivano nel mondo reale e non trovavano un punto di riferimento che, invece, era presente nelle scuole a loro dedicate. Così sono iniziate a nascere delle associazioni che sono cresciute nel tempo e sono diventate sempre più forti e hanno contribuito al formarsi di una nuova identità per le persone sorde.

Quindi è dal 1800 che abbiamo una comunità che usa la lingua dei segni. Mancava però la consapevolezza che si trattasse di una lingua vera e propria, anche se veniva usata quotidianamente.

Una lingua quasi sconosciuta

I medici, per esempio, non hanno mai sostenuto l’utilizzo della lingua dei segni: per l’udente si trattava di un modo di gesticolare, un modo di esprimersi negativo. Questo pregiudizio ha portato i sordi a segnare in modo nascosto.

Nel 1950, negli Stati Uniti, un professore di matematica che conosceva la LIS, anche se era udente, la utilizzava durante le lezioni che teneva ai sordi e condusse una ricerca proprio sul suo sviluppo. Come sapete la lingua dei sordi americana ha proprie regole grammaticali e ha lo stesso valore della lingua dei sordi italiana. In Italia si è occupata della LIS Virginia Volterra, una linguista che presenta in un libro la struttura della LIS. Questo libro è nato da una serie di interviste e ricerche condotte direttamente sulle persone sorde che le ha permesso di raccogliere informazioni di prima mano, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, definendone regole e grammatica.

“Ciascuna comunità di sordi tramanda da una generazione all’altra una sua lingua, per cui non esiste una lingua dei segni universale, ma tante diverse (francese, americana, britannica, ecc.) quante sono le comunità di sordi. Questo libro contiene la prima descrizione sistematica della lingua dei segni usata dalle persone sorde in Italia, denominata Lis. Il volume, qui presentato in una edizione aggiornata, è indirizzato non solo a coloro che sono direttamente impegnati nelle problematiche della sordità e dell’educazione dei bambini sordi, ma anche a ricercatori e studiosi interessati alle tematiche più generali della comunicazione e del linguaggio e, infine, a chiunque desideri conoscere la ricca seppure minoritaria realtà linguistica e culturale dei sordi”. (Virginia Volterra, La lingua dei segni italiana)

Codici e canali

Qui siamo nella Sala della Borsa dove un tempo si incontravano gli agenti per vendere e comprare e usavano tantissimo la gestualità, anche se non possiamo parlare di una lingua. Usavano sicuramente un codice che aveva le sue regole, le regole del mondo della borsa, degli affari. Anche se non possiamo parlare di lingua possiamo però dire che usavano un codice comunicativo, come accade nella pallavolo, dove si usano i gesti per indicare i vari movimenti della palla e dei giocatori sul campo. È un codice che usano in maniera limitata non come nella lingua dei segni.

L’italiano usa un canale uditivo vocale, mentre la LIS usa un canale visivo-gestuale: questa è la differenza.

Il bilinguismo

Gli occhi sono molto importanti nella LIS; i sordi non usano solo la LIS ma anche il labiale, anche detto metodo oralista. Entrambi questi metodi hanno lo stesso valore. I genitori udenti di un bambino sordo possono scegliere il metodo che preferiscono. Per un bambino sordo molto piccolo il linguaggio oralista non è altrettanto efficace quanto la lingua dei segni che può portare ad uno sviluppo più ricco, al pari di quello degli udenti.

Nell’educazione comunque sia il metodo oralista che la LIS possono essere validi per permettere al bambino di affrontare sia il mondo dei sordi che quello degli udenti.

La cosa importante è l’accessibilità alle informazioni: se non si ha accesso alle informazioni con l’oralismo sarebbe meglio averne almeno l’accesso con la LIS, altrimenti è come scrivere con un pennarello che non ha un inchiostro visibile. Devo cambiare pennarello per dare accesso all’informazione. Ecco perché sarebbe meglio avere un doppio canale di accesso: con l’oralismo e con la LIS.

Come funzionano i Segni: fonologia e parametri

C’è una linguistica per l’italiano e una per la LIS. L’italiano studia la strutturazione delle parole. Un insieme di fonemi diventano una parola. La parola mela, per esempio, inizia con M., ma se cambiamo l’iniziale con una V diventa Vela. Di questi aspetti si occupa la fonologia.

Anche i segni hanno una fonologia che funziona in modo diverso. Le unità minime dei segni non sono i fonemi ma i parametri. Ci sono 4 parametri nella LIS: configurazione, luogo, movimento e orientamento. Sono stati studiati da William Stokoe. Abbiamo una forma della mano con cui eseguiamo il segno (configurazione). Con questa configurazione posso fare diversi segni e, cambiando configurazione ne posso fare altri. Il secondo parametro è il luogo di articolazione del segno con uno spazio vicino al volto. Poi abbiamo il movimento, avanti e indietro, un movimento singolo o in contatto con l’altra mano. E, infine l’orientamento che si riferisce al palmo della mano, verso il segnante e verso il ricevente. Guardate, per esempio questi due segni (Francia e Gallo): cambiando il luogo cambiamo il significato. Perchè sono simili? Perchè anticamente i francesi portavano un cappello con una piuma che diventava simile alla cresta di un gallo.

La grammatica della LIS

Nella LIS abbiamo le stesse funzioni grammaticali organizzate però in modalità diverse. Per esempio se in italiano vogliamo dire che la palla è sul tavolo, la palla (soggetto) va al primo posto, poi c’è il verbo e infine il complemento di stato in luogo. Nella LIS mettiamo il tavolo al primo posto, poi mettiamo la palla (soggetto) e infine lo spazio. Se sul tavolo ci fosse un animale, un gatto per esempio, sarebbe la stessa cosa. Il tavolo andrebbe al primo posto, poi metteremmo il gatto e infine, con una configurazione diversa rispetto a prima la relazione con lo spazio.Queste sono le caratteristiche della LIS, espresse attraverso classificatori, forme diverse a seconda dell’oggetto. I classificatori sono legati ai verbi e possono esprimere uno stato di luogo e un moto a luogo, un movimento. Per esempio “Il gatto salta sul tavolo”: questo verbo si esprime con un classificatore. In Italiano c’è una poesia che ha la forma scritta e la forma in LIS.

Poesia

Anche la LIS ha la sua poesia che è molto bella e coinvolgente; la poesia usa molto i classificatori. Questa configurazione (fa un gesto sottile) si riferisce a qualcosa di molto piccolo, aumentando la configurazione aumentano le dimensioni dell’oggetto in questione, fino ad arrivare a dimensioni sconfinate. Si usano molto anche le espressioni del volto per comunicare una dimensione di lontananza o vicinanza o qualcosa che si estende per moltissimi chilometri, oppure un terreno ondeggiante. Anche i rumori possono essere espressi attraverso dei gesti: questo è il rumore dell’acqua. Un rumore che non udiamo ma vediamo. L’acqua che rimbalza e tocca il greto di un fiume e poi continua il suo percorso lontano lontano fino ad arrivare a gettarsi in mare.

E’ l’aprirsi di occhi a lungo chiusi.
E’ la visione di cose lontane
viste per il silenzio contenuto in esse.

David Whyte, L’aprirsi degli occhi

 

Imparare a parlare, imparare ad amare

L’origine della parole non è verbale ma è, prima di tutto, gestuale. A questa origine gestuale torniamo sempre per l’espressione delle emozioni primarie. Ecco perchè una vera comunicazione non può prescindere dal linguaggio del corpo.

Nicoletta Cinotti, psicologa psicoterapeuta – Centro Studi Bioenergetica e Mindfulness

Iniziare a parlare

Anche se diamo molta attenzione alle parole, in realtà il linguaggio inizia con un gesto: il gesto dell’indicazione, che esprime la volontà e l’intenzione del bambino verso il mondo esterno. Indicare è un gesto che viene penalizzato nella nostra educazione. Ci viene detto che è maleducato indicare eppure chi, come me, si è occupato dei prerequisiti dello sviluppo comunicativo e linguistico in bambini al di sotto dei due anni di vita, sa che la prima cosa da cercare è proprio questo gesto. Se questo gesto è presente significa che, il bambino, ha, cognitivamente maturato la struttura che permette un apprendimento linguistico. Qualunque sia la lingua che poi, effettivamente, parlerà. L’immagine de La creazione di Adamo, un meraviglioso gesto di indicazione che troviamo nella cappella Sistina è proprio un gesto di indicazione. Il segno che quel processo di distanziamento che permette la creazione delle parole è iniziato, e simbolicamente, è il gesto che inizia la creazione del mondo.

Vediamo come avviene

Dire che iniziamo a parlare con un gesto, significa che dobbiamo spostare l’attenzione dall’intelligenza verbale al momento in cui inizia l’intelligenza motoria, ben prima dell’inizio dell’intelligenza verbale.

L’intelligenza motoria è già presente nella vita intrauterina. Attorno alla 22° settimana il feto è già in grado di compiere un gesto intenzionale, come quello di succhiarsi il pollice. Un gesto solo apparentemente semplice visto che presuppone l’esistenza di uno schema corporeo, di una intenzionalità primitiva, e di una spinta all’azione. Solo poche settimane dopo cominciano a comparire espressioni emotive come il sorriso o il segno del disgusto relativo al sapore del liquido amniotico che, come sapete, viene regolarmente ingerito dal bambino. Anche queste espressioni manifestano la presenza di uno schema corporeo che è già orientato alla comunicazione e alla risposta. Rispetto all’intelligenza motoria c’è un altro dato importante: l’area motoria è ricchissima di neuroni sensoriali per fare sì che il nostro movimento non venga percepito come un atto meccanico ma come una espressione del sé. Un felt sense che ci offre l’esperienza dell’essere me. Abbiamo bisogno di questo aspetto per poter dire io, me, tu, te.

A 10 settimane di vita

A 10 settimane dopo la nascita il bambino è già in grado di fare una protoconversazione con un adulto di riferimento, imitando le sue espressioni visive, com’è possibile vedere il questo video di Colwyn Trevarthen. In questo caso parliamo di protoconversazione perché la comunicazione non è verbale – tramite le parole – ma è il prerequisito corporeo – relazionale perché si sviluppi il linguaggio verbale.

In realtà i bambini iniziano ad usare i gesti come segnali comunicativi, già nella vita intrauterina. Cioè iniziano a “segnare” – questo è il termine che usiamo e che assomiglia alla LIS – attraverso i movimenti che fanno in utero. Segnando comunicano con la madre, la loro comodità/scomodità e lo stato interno che sperimentano. È così che sviluppiamo quell’intelligenza sociale che è alla base della nostra successiva capacità di coinvolgimento relazionale. Se non segnassimo, avremmo molta difficoltà a sviluppare questa capacità comunicativa dopo la nascita. Nel video si osserva la bambina che imita le espressioni del volto della madre e le commenta con dei suoni. Questi segnali comunicativi sono fondamentali allo stabilirsi della relazione. Nemmeno la mamma parla, anche lei fa piccoli suoni ed espressioni mimiche. I bambini hanno bisogno di trovare un adulto responsivo a livello non verbale, capace di espressioni emotive. E questo è ciò che avviene nelle protoconversazioni.

La qualità della nostra comunicazione è affidata agli aspetti paraverbali che, per alcuni autori, influiscono per l’80% sulla nostra comunicazione. Il significato che attribuiamo ad una conversazione è connesso con questi aspetti. Possiamo vedere molto bene cosa accade nella perdita di responsività emotiva nei bambini grazie al paradigma della Still Face visibile in questo breve filmato (Clicca sulle parole in azzurro). Il paradigma della Still Face prevede tre diversi momenti. Una prima fase di gioco e protoconversazione. Una seconda fase di rottura della comunicazione emotiva, una terza fase di riparazione e consolazione.

La Still Face

Questo paradigma di ricerca, ideato da Edward Tronick, ricercatore della Massachusetts University, sul finire degli anni ’70, consiste in una interazione madre-bambino (attorno ai 4 mesi di vita) che viene interrotta, lasciando il bambino di fronte ad una madre presente ma emotivamente inespressiva. In questo caso si tratta di una bambina e, come vediamo nel filmato, fa di tutto per attrarre l’attenzione materna e ristabilire il contatto, incluso guardare alle sue spalle per verificare se la madre stia vedendo qualcosa che le sfugge. Questo paradigma è stato fondamentale nella ricerca evolutiva come strumento di valutazione della relazione di attaccamento. Tanto meno è il tempo necessario per consolarlo e ristabilire la comunicazione, tanto più parliamo di una relazione d’attaccamento sicura.

Un altro esperimento che sottolinea l’importanza della comunicazione emotiva è il Visual Cliff, ideato da Joseph Campos, dell’università di Berkley, in California. In questo video (Clicca sulle parole in azzurro) è evidente come il rispecchiamento emotivo sia fondamentale. Nell’esperimento il bambino è posto su un tavolo con dei bordi che, per un’illusione ottica, sembra avere un abisso. La madre e un giocattolo sono posti dalla parte opposta del tavolo. Il bambino decide se andare verso la madre o meno, grazie all’espressione che lei manifesta sul volto. Si ferma, se la madre mostra paura, va avanti se la madre lo rassicura. Tutto questo, ovviamente, senza parole.

La nascita delle parole

Werner e Kaplan, due linguisti molto importanti, autori de “La formazione del simbolo” sostengono che i bambini iniziano a parlare perché somatizzano la forma degli oggetti e la qualità dell’esperienza che ne hanno. Per questo la conoscenza delle cose è così tattile e i bambini esplorano anche con la bocca. Nel loro lavoro riportano, per esempio, come uno dei bambini oggetto di osservazione sia arrivato a dire arancia. Prima ha iniziato ad imitare la rotondità del frutto e solo dopo averla indicata è passato alla pronuncia della parola. In questo caso la LIS, la lingua dei segni, non fa altro che continuare questo lungo percorso dei segni che nasce con la vita intrauterina, e che accompagna tutta la nostra vita adulta

Noi diciamo che parliamo con le parole ma se le nostre parole non fossero accompagnate da una tessitura emotiva e comunicativa non funzionerebbero. I genitori si sforzano di insegnare a parlare ai loro bambini, invitandoli, per esempio, a ripetere le parole e sottovalutano che quello che il bambino recepisce non è solo il suono della parola ma il carico emotivo che la parola comporta, come la parola viene presentata. Non a caso il motherese, questa lingua strana che usiamo con i bambini piccoli, funziona perché cambia il ritmo, il suono e dà un’esperienza corporea della parola.

Lo sviluppo comunicativo e linguistico

Lo sviluppo comunicativo e linguistico non sono identici. Possiamo imparare a parlare ma abbiamo bisogno di uno sviluppo comunicativo che passa dalla capacità dei genitori di riconoscere le emozioni dei propri bambini.

Negli anni ’70 del secolo scorso Paul Ekman iniziò a studiare l’universalità delle emozioni. Lo fece mostrando agli abitanti di una tribù della Nuova Guinea – che non avevano mai incontrato altre etnie – delle foto che esprimevano emozioni per valutare l’universalità o meno delle nostre espressioni emotive. Gli abitanti riuscirono ad attribuire correttamente l’emozione corrispondente. Da lì nacque un lungo filone di ricerca sull’espressione emotiva che ha ampiamente dimostrato l’universalità delle nostre emozioni di base che sono: rabbia, disgusto, paura, gioia, sorpresa, tristezza.

Emozioni che regolano la qualità delle parole. Espressioni che nascono dal corpo, dai gesti, dal silenzio.

Quindi non solo le parole nascono dai gesti ma vengono comprese attraverso il corpo. Lo dimentichiamo perché, con l’inizio dello sviluppo linguistico, i genitori scoraggiano l’uso dei gesti: temono che interferiscano con lo sviluppo linguistico e cognitivo. Siamo tradizionalmente abituati a considerare la mente superiore al corpo, e questa, forse, è la ragione principale della sottovalutazione degli aspetti gestuali del linguaggio.

Lo sviluppo cognitivo

Quello che sappiamo è che lo sviluppo cognitivo è regolato dalle emozioni. Panksepp – un neuroscienziato – ha dimostrato che il nostro sviluppo cognitivo è regolato dalla qualità, quantità e intensità delle emozioni che sperimentiamo nella nostra infanzia. Le emozioni afferiscano a tre sistemi: affiliativo, di ricerca e difensivo e, a seconda di quali dei tre sistemi è attivo, limitano o aprono le nostre possibilità comunicative. È abbastanza ovvio che se abbiamo emozioni difensive sapremo comunicare paura o minaccia ma non saremo molto disponibili per una comunicazione allargata. Quando siamo in questo sistema perdiamo certi gesti di prossimità a vantaggio di gesti di ritiro e protezione, tanto per fare un esempio.

La consapevolezza delle emozioni

La consapevolezza delle emozioni è fondamentale per la nostra possibilità di comunicare perché, altrimenti, diciamo delle parole ma non le confermiamo o sosteniamo con il linguaggio del corpo.E la nostra comunicazione si basa sulla nostra capacità di tollerare il silenzio, perché, senza silenzio, non si sviluppa intimità.

Ci chiediamo spesso come impariamo a parlare ma se non sappiamo comunicare potremo anche parlare molto bene ma non è detto che avremo imparato a connetterci con gli altri e a stabilire una relazione in cui esprimere il nostro essere umani e la nostra capacità di amore.

Questo è il passaggio che è necessario fare.

Non è il mio silenzio e non è il silenzio di qualcun altro ma incontrarsi a fare insieme silenzio fa nascere qualcosa. Qualcosa che resta. Chandra Livia Candiani